Se la morte ti ha tolto qualcosa, tu restituiscilo

“Per me non è possibile scrivere altro che di questo non-tempo. Non mi riesce di vedermi scrivere in futuro. Se prima immaginavo di scrivere di questo e di quello, nel futuro ora tutto tace. Non c’è alcun movimento. C’è solo un silenzio di morte.”

Il dolore di una mamma che perde un figlio non è mai facile da raccontare. C’è la forza di una donna che deve rimanere in piedi per una famiglia intera, specie se ci sono altri figli, come nel caso di Naja Marie Aidt, una delle scrittrici danesi più affermate della sua generazione. C’è la paura di un futuro che, improvvisamente, diventa oscuro e tetro. C’è la fatica nel reagire che ti spezza in due.

Attraverso queste pagine, l’autrice cerca di rimettere insieme i pezzi e i ricordi del figlio si intrecciano con la verità sull’accaduto. Il modo di scrittura, le ripetizioni di frasi e parole, la prosa e la poesia che si alternano, sottolineano ancora di piú il dolore che possiamo leggere in queste righe. Non è la prima volta che parliamo di lutto, ma quando questo può diventare patologico?

Il lutto fisiologico è caratterizzato dall’elaborazione di specifiche fasi che vanno da uno stordimento iniziale, fino a sperimentare rabbia, depressione, tristezza e infine accettazione della perdita. Se queste fasi non vengono ciclicamente superate e si rimane “congelati” in una, ecco che da fisiologico il lutto può diventare patologico. Elaborare il lutto per la morte di un figlio, oltre a non essere un processo semplice, è anche un qualcosa di molto soggettivo.

Il lutto patologico si può esprimere anche nel permanente calo dell’umore, nell’ansia o nell’anedonia, cioè l’incapacità di provare piacere, gioia, felicità. Oppure nell’ossessività sul tema della perdita, dell’autocritica, dei rimorsi, dei rimpianti.

Sono tre le forme possibili del lutto patologico del genitore.

  1. La prima nasconde il tentativo di evitare il dolore: è il caso delle mamme o dei papà che scivolano nel consumo eccessivo di alcol, nell’abuso di psicofarmaci o in altre condotte autolesive.
  2. La seconda è motivata dal tentativo di annullare il dolore: una mamma o un papà dilaniati dal rimorso di essere stati troppo severi con il figlio perduto possono decidere di diventare, troppo presto, di nuovo genitori o sfogare la rabbia sui figli superstiti, divenendo esigenti e ipercritici.
  3. Il terzo tipo di lutto patologico, infine, è quello che si trasforma in un doloroso, eterno capitolo aperto. Si ritrova nei genitori che restano intrappolati nel passato.

Qual è lo stato d’animo piú comune che possono provare i genitori in questa situazione?

Il senso di colpa e la continua domanda “dove ho sbagliato” sono entrambi due elementi da non sottovalutare. Anche in questo caso, quando parliamo di senso di colpa, ci riferiamo a diverse modalità di possibile apparizione.

  • Il senso di colpa “del sopravvissuto”. La perdita di un figlio infrange un luogo comune sul naturale ordine delle cose: che siano i giovani a dover seppellire i più vecchi. Il senso di colpa del genitore privato del figlio può legarsi al fatto stesso di essere vivo, di avere ancora tempo davanti a sé. Questo stato d’animo è simile a quello provato da chi si salva da stragi, attentati o disastri: è la cosiddetta “sindrome del sopravvissuto”.
  • Il senso di colpa “morale o religioso”. Un lutto doloroso induce a cercare risposte. L’idea, purtroppo illusoria, è che trovarle porterà pace. Vi sono circostanze in cui il genitore, più o meno razionalmente, si convince che vi siano responsabili diretti. Ma la spiegazione può anche essere morale o addirittura spirituale. A volte, le persone religiose vivono la morte del figlio come una sorta di punizione, la conseguenza dell’aver violato leggi morali o comandamenti, il risultato delle proprie condotte. Un castigo divino.
  • Il senso di colpa “legato al dolore”. Questo tipo di senso di colpa riguarda la percezione o l’espressione esteriore del dolore. Si pensa che la morte di un figlio sia un evento insopportabile, che cambia la vita per sempre. Purtroppo, spesso è così. Allora, un genitore potrebbe sentirsi in colpa convincendosi di non provare abbastanza dolore o di non dimostrarlo nel modo giusto. Questo sentimento è tipico di chi ha idee rigide su come ci si debba comportare in talune circostanze.

Ci sono differenze tra la morte di un figlio piccolo ed uno piú grande?

Può sembrare banale come domanda, ma le differenze ci sono.

Figlio piccolo: il non saper e voler accettare che il proprio figlio abbia vissuto poco del tempo che invece avrebbe dovuto vivere e la consapevolezza di aver investito le proprie energie per un figlio che è stato portato via troppo presto, può portare i genitori a mettere in atto degli specifici comportamenti per sentirlo ancora accanto tra cui:

  • il continuare a svegliarsi la notte per sentire se il bambino piange;
  • il conservare ancora i suoi abiti o lasciare la sua stanza così com’era;
  • l’incapacità di spostarsi o cambiare casa, per paura di perdere definitivamente il bambino, che si spera ancora possa tornare;
  • il frequentare spesso il luogo della sepoltura (sembrerebbe che siano maggiormente le madri a metter in atto tale comportamento).

Figlio adulto: nonostante il figlio sia adulto e un soggetto indipendente, la sua perdita può essere molto difficile da accettare, sia per la relazione costruita fino a quel momento che per ciò che si sarebbe potuto costruire in futuro. I genitori possono arrivare ad avere pensieri ricorrenti che riguardano il proprio figlio, arrivando a:

  • pensare senza tregua ai dettagli del tragico evento;
  • chiedersi costantemente perché è successo a loro, cosa significhi tutto questo, come sia possibile continuare a vivere;
  • cercare costantemente il proprio figlio negli altri e proiettare la sua immagine nel futuro, per cercare di “vedere” come sarebbe potuto diventare. Cosa che invece non accade se si è perso un bambino, poiché anche solo pochi mesi dopo la sua morte, si scopre che è difficile immaginarlo.

Questo libro, oltre che un romanzo, è un vero e proprio diario di una mamma che ci mette dentro tutta se stessa, con dubbi e domande che ogni lettore avrà la possibilità di elaborare a modo suo.

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