Svegliami a mezzanotte

Cosa c’è al di là del tentativo di suicidio

Se Flavia avesse letto questo libro durante i suoi anni universitari, sicuramente la sua tesi triennale avrebbe preso una piega diversa e sarebbe stato quel mix perfetto tra psicologia e letteratura. Allo stesso tempo, però, chissá se lo avrebbe apprezzato e capito bene tanto quanto oggi, che é più grande e professionalmente avviata. “Svegliami a mezzanotte” di Fuani Marino, dopotutto, non è solo un libro che parla di suicidio, bensì è molto altro. È quel suicidio non riuscito, quel racconto postumo che è raro da leggere e vivere, fatto di pensieri messi nero su bianco, senza tanti giri di parole che fanno perdere il ritmo nel corso della lettura.

Ci teniamo a sottolineare che non esiste un’età specifica nella quale il suicidio avviene, ma essendo un atto per lo più premeditato che prevede l’intenzionalità da parte del soggetto, è tuttavia raro che possa avvenire quando si è piccoli. Più si va avanti con la crescita, più le idee prendono forma nella mente dell’individuo. Il suicidio, però, non è mai un evento improvviso che accade a un individuo proveniente da una situazione precedente di benessere. C’è chi dice che è l’epilogo di uno stato “perturbato” che ha accompagnato il soggetto per un certo tempo e verso il quale non si è intervenuti.

La persona si sente angosciata e senza aspettative per il futuro. È proprio su questo che si concentra lo studioso Edwin Shneidman, psicologo statunitense specializzato su questo argomento, focalizzandosi sugli interventi volti a salvare la vita degli individui a rischio. Nella sua concettualizzazione, il suicidio è il risultato di un dialogo interiore e per prevenirlo è importante che l’operatore conosca bene il proprio impatto con il tema ponendosi delle domande quali:

  • Ritengo che il suicidio sia un segno di debolezza?
  • Reagisco con ricoveri e precauzioni di ogni genere di fronte a un’ideazione suicidaria?

È in questo momento che il paziente coglie il giudizio del terapeuta e capisce che se riesce a ridurre il dolore psicologico e a renderlo più accettabile, allontanandosi dall’angoscia e dalle emozioni intollerabili, allora, invece che avvicinarsi alla morte, egli sceglierà di vivere (Tatarelli, Pompili 2009).

“E poi sono caduta, ma non sono morta.”

Questa frase viene riportata dalla scrittrice più di una volta, e arriva dritta al petto e allo stomaco, facendo alzare la testa al lettore, il quale forse ha bisogno di chiudere il libro per un attimo, o forse no. Chissà. Dopotutto ogni individuo è diverso. Com’è diverso quello che Marino ha vissuto e ha riportato in questo libro, i cui capitoli hanno già di loro un titolo che non lascia spazio a nessun tipo di immaginazione. “Ritratto della suicida da giovane” e “Anamnesi familiare”, raccontano la sua infanzia e adolescenza vissuta nel caos, in una casa disordinatissima e sempre piena di giornali e libri dove i ricordi di pranzi di famiglia o cene di Natale tendono a sbiadire o, addirittura, proprio a pervenire nella sua mente. Racconta che i suoi genitori si odiavano e che la parola malattia è entrata dentro casa senza bussare, fin da quando a suo zio Luigi è stata assegnata una diagnosi di schizofrenia.

Alla parola anamnesi, che in psicologia è all’odine del giorno, basti aggiungere che, quindi, un suicidio, è il risultato di un insieme di fattori genetici, biologici, psicologici, sociali, culturali e ambientali, e non può essere spiegato e compreso osservando l’evento scatenante da solo. Oltre a disturbi psicologici piú a rischio quali disturbo d’ansia, disturbi dell’umore e disturbi dell’alimentazione, un altro dei fattori di rischio è legato alla cultura e all’ambito familiare. Se l’integrità è importante come elemento protettivo, allora, al contrario, la sua fragilità è un elemento di rischio, e per fragilità non s’intendono solo casi di divorzio o separazione, ma anche psicopatologie presenti in casa, frequenti liti, atteggiamenti violenti, rigidità e mancanza di affetto.

“Anch’io vorrei evitare di trasformare la malattia in una metafora, ma cosa accade quando ad ammalarsi, a cedere, non è una parte qualsiasi del nostro corpo, con le sue funzioni e la sua anatomia, ma l’organo ben piú complesso che è la nostra mente?”.

In “Esordio” iniziamo a conoscere la vita da adulta della scrittrice, fatta di innamoramenti, studi universitari, psicofarmaci da prendere sempre ad un orario preciso e mai fuori tempo, visite con psichiatri differenti ed infine, la scoperta di essere incinta. In questo periodo Fuani Marino viene a conoscenza di due suicidi a lei vicini: quello di una ragazza che aveva frequentato il suo stesso liceo e quello del padre di un suo amico.

Abbiamo parlato di fattori di rischio, ma anche quelli di protezione hanno la loro importanza. Sono elementi che riducono la probabilità che l’individuo possa mettere in atto un comportamento suicidario e sono considerati essenziali per la costruzione di difese contro gli impulsi suicidari (Wasserman 2001). È possibile distinguere in due categorie tali fattori protettivi:

  • Interni: includono la capacità dell’individuo di reagire e far fronte a situazioni stressanti e frustranti;
  • Esterni: includono il supporto sociale, la relazione terapeutica positiva e la responsabilità verso gli altri.

Entrambi sono venuti a mancare in Marino, in particolare nel momento di quella che è stata una depressione post partum, prima, sfociata poi in una depressione psicotica alla quale lo “psichiatra numero tre” aveva aggiunto un nuovo psicofarmaco. A questo punto, penso sia utile soffermarsi su una classificazione che è stata proposta in letteratura, da Berman e Jobes (1993), nonché un modello a tre livelli:

Livello A (rischio medio), è descritto come “una situazione in cui bisogna alzare la bandiera rossa”. Ciò avviene quando il clinico riconosce nella vita del paziente uno o più fattori di rischio e diagnostica una condizione comportamentale a rischio.

Livello B (rischio alto), dove l’individuo manifesta in modo esplicito desideri di morte o addirittura la messa in atto del suicidio vero e proprio.

Livello C (rischio imminente), quando si passa all’atto, dopo aver scelto il mezzo e il luogo.

Nel capitolo “Una ferita vivente” siamo ben oltre al livello C. Siamo al reparto di rianimazione, dove leggiamo tutto quello che è successo in quelle mura ospedaliere dopo la caduta della scrittrice, mentre in “Convalescenza” c’è tutto il dopo.

“Eppure, il fatale intento si può anche dissimulare. C’è una foto di me solo pochi giorni prima di buttarmi di sotto: sorrido guardando mio cugino che tiene in mano la bambina in braccio. È un sorriso che sembra autentico. Chi non mi era tanto vicino da conoscere il malessere che vivevo avrebbe potuto indovinare quanto stava per accadere?”

Nel dopo c’è una riflessione della scrittrice sulla sua decisione di raccontare questa storia, la sua storia, senza nascondersi, una riflessione che dovrebbe abbattere stereotipi e pregiudizi e aprire le porte ai tipi di trattamento possibili. Questa inizia con la parola coming out, perché tutti dovrebbero iniziare a fare coming out senza curarsi troppo delle reazioni altrui. Nascondere la testa sotto il cuscino, chiudersi la porta alle spalle a doppia mandata e far finta che tutto questo non sia mai successo, non risolve nessun problema. A far da spalla a Fuani Marino ci sono tanti scrittori, sociologi, artisti e tante persone del mondo culturale che hanno parlato di suicidio, ai quali lei fa ricorso per affrontare questo tema delicato tanto che è possibile quasi avere, alla fine, una rassegna letteraria di libri e articoli che trattano questo tema.

Questa storia è una storia di coraggio che supera i limiti e si spinge oltre in una società che, invece, tende sempre a preservare e preservarsi, come se aprirsi e mettersi a nudo fosse disumano. Ma di umano, invece, qui ci sono le parole di una persona che difende la salute mentale perché “purtroppo non esistono manifestazioni per chi ha disturbi psichici” e se scrivere è il solo mezzo utile per arrivare nelle case delle persone, se è la sola forma di espressione che si ha, allora che si scriva e che se ne parli.

CASELLINA AVVENTO 17

Il calendario dell’avvento gentile

Si legge spesso “Il regalo più prezioso che puoi ricevere e che puoi fare a una persona a cui vuoi bene è il tuo tempo.” Molto bello vero? Ma la verità è che di mezzo c’è la vita.

Oggi più che mai le persone si trovano costrette a sopportare dei ritmi di vita molto intensi. Impegni di lavoro, impegni familiari, occuparsi della casa, del cane, commissioni varie e gli immancabili imprevisti rendono l’idea del tempo libero quasi un miraggio o un lusso di cui in pochi possono godere.

Come fare? Anche se siamo ancora al 17, potete iscrivervi alla NL di Lavinia e Sabrina che trovate a questo link.

Potete anche recuperare le cartoline e le caselline precedenti ad oggi!

Quello che comunemente viene chiamato stress indica proprio lo stato psico-fisico in cui si rischia di scivolare se si lascia che gli eventi esterni prendano il possesso di ogni minimo spazio della nostra quotidianità. Ed è per questo che dedicare tempo a sé stessi o a chi vogliamo bene è importantissimo, perché permette di contrastare la cronicizzazione patologica dello stress.

Come possiamo riuscirci? Vi lasciamo con 4 semplici consigli:

Individuare cosa è davvero importante

Affinché la gestione del tempo sia davvero efficace, occorre innanzitutto classificare le cose da fare dalla più necessaria a quella che possiamo tralasciare. Possiamo chiederci: quali attività sono le più importanti? La spesa o la casa splendente? La fila alla posta o il corso di karate? Cosa va fatto subito e cosa invece può essere rimandato al giorno dopo? Stabilire gli obiettivi consente già di vivere meno stressati ritagliandosi più spazio per sé e per altre attività. Certo, possono esserci imprevisti! In questi casi è necessario essere flessibili e mantenere la calma. Per aiutarvi in questo, un po’ di tempo fa avevamo creato un planning giornaliero del “tempo per me”, che ci teniamo a lasciarvi anche per questa volta. Lo potete trovare sul nostro shop kofi.

Delegare

Organizzarsi significa anche delegare qualche compito o assegnare ai vari familiari alcune incombenze ricorrenti invitandoli ad occuparsene sempre. I bambini più grandicelli possono, per esempio, essere incaricati di lavoretti come svuotare la lavastoviglie tutti i giorni, mentre la coppia può suddividersi i compiti per sbrigare tutto in modo molto più efficiente e in meno tempo. Nelle situazioni difficili, chiamare i nonni, la babysitter, il dogsitter o un amic* fidat* a cui chiedere aiuto non guasta mai. Spesso, il solo il fatto di sapere che c’è qualcuno per le emergenze tranquillizza.

Saper dire di no

Non è affatto facile non farsi prendere dai sensi di colpa ma è necessario imparare a farlo. Dire di “no” agli appuntamenti che non sono veramente importanti, alla attività che faremmo solo per non deludere gli altri, alle richieste che non possiamo soddisfare o che ci richiederebbero troppo impegno che non possiamo impiegare. Questa autoprotezione influisce sulla gestione del tempo: avrai subito più tempo libero, per le cose indispensabili e importanti della vita. Se siete alla ricerca di un libro che possa aiutarvi a fare ció, nel nostro profilo potete trovare una recensione di “I no che aiutano a crescere”.

Avere tempo libero ma di qualità

Hai un po’ di tempo a disposizione? Benissimo, fa che sia di qualità! Dedicalo a te stess* o a chi più ami. Senza sentirti in colpa ma con gentilezza e gratitudine. Il tempo libero è importante tanto quanto le tue ore lavorative, è prezioso ed è anche una priorità. Ma attenzione a non riempirlo troppo di attività perché potresti avere l’effetto opposto. Anche un pomeriggio in cui non fai niente può essere fondamentale. Grazie a questi momenti di decompressione ricaricherai anche le forze necessarie per affrontare gli imprevisti.

Non abbiate paura a mettere in atto questo quattro piccolo consigli che ci siamo sentite di lasciarvi per iscritto, anzi. Speriamo che possiate farne buon uso e che siano, per tutt* voi, il promemoria che stavate aspettando.

Dopotutto, questo calendario dell’avvento gentile serve anche a questo, no?

Se avete voglia di condividere con noi i vostri pensieri, vi aspettiamo su IG.

Buon 17 Dicembre 🎄

Il terapeuta dietro il pc

Cosa vi viene in mente se pensate allo psicologo?

Sicuramente la prima immagine è una persona molto somigliante a Freud seduta su una poltrona che ascolta parlare il paziente che di solito è sdraiato su un lettino. Se vi dicessimo che questa è una delle immagini meno frequenti che vi potreste trovare davanti?

Da circa cinque o sei anni, infatti, si è diffuso un nuovo modo di fare terapia che prevede l’utilizzo del pc. La cosiddetta “terapia online” è un modo sicuramente innovativo di raggiungere i pazienti e che porta innumerevoli vantaggi sia per loro che per noi psicologi.

Indubbiamente la pandemia che abbiamo vissuto dal 2020 in poi ha notevolmente incentivato l’utilizzo del computer come “setting” per la terapia, ma alcuni precursori la utilizzavano già negli anni precedenti.

Negli ultimi anni un numero sempre maggiore di psicologi si è, però, adattato al cambiamento e ha iniziato a prendere in considerazione la possibilità di intraprendere questo nuovo percorso, con la consapevolezza di poter tornare in studio una volta terminato lo stato di emergenza poiché si pensava già alle carenze che un setting online avrebbe avuto rispetto ad una classica terapia in presenza.

La preoccupazione maggiore dei professionisti riguardava la reale possibilità o meno dell’instaurarsi di una giusta alleanza terapeutica tra paziente e psicologo che è alla base di ogni percorso di terapia di successo.

Parlare di alleanza terapeutica significa quindi comprendere anche quale sia il ruolo che il clinico svolge negli interventi online, così come la modalità con cui si svolge la comunicazione tra questo e il cliente. Inoltre, i terapeuti, avevano timore che si potesse perdere una gran parte della comunicazione non verbale (aspetto rilevante per comprendere meglio il paziente) essendo inquadrati soltanto il volto e poco più.

Facciamo un tuffo nella ricerca, che è il solo strumento che spesso viene in aiuto a noi professionisti: è stata riscontrata un’alleanza terapeutica positiva e stabile in vari studi in cui veniva applicata la CBT online per il trattamento del disturbo da stress post traumatico (Knaevelsrud & Maercker, 2007; Knaelvesrud et al., 2014; Wagner, Brand, Schulz & Knaevelsrud, 2012, citati in Apolinario-Hagen et al., 2015). Inoltre, in una ricerca sul trattamento della depressione, non è stata trovata alcuna differenza significativa nella percezione dell’alleanza terapeutica tra i pazienti che avevano ricevuto una terapia faccia a faccia e quelli che avevano ricevuto una psicoterapia online (Preschl, Maercker & Wagner, 2011, citati in Apolinario-Hagen et al., 2015).

Questo è un elemento in continua evoluzione, quindi possiamo continuare a seguire le ricerche per vedere dove ci porteranno in futuro.


Invece, tra i benefici che si sono mostrati fondamentali troviamo:

  • La possibilità di continuare a seguire gli stessi pazienti anche in caso di trasferimento o posizione geografica diversa.
  • Avvicinarsi ad un numero più ampio di pazienti, compresi quelli con disabilità e/o con problematiche legate all’ansia e ad altre patologie invalidanti.
  • Poter seguire i pazienti in uno spazio privato della propria abitazione senza bisogno di doversi recare in uno studio.

È proprio in tale contesto che si sono diffuse la conoscenza e l’utilizzo di start up e siti che si occupano proprio di questo. Una di queste è nata in Spagna nel 2016 e nell’ottobre del 2021 è finalmente arrivata anche da noi: stiamo parlando di TherapyChat! L’obiettivo di questa start up è quello di democratizzare la psicologia, rendendo il supporto professionale più facile, comodo e conveniente per dare a tutti l’opportunità di lavorare sulla propria crescita personale.

Tutti gli psicologi che utilizzano TherapyChat sono iscritti all’Albo Nazionale degli Psicologi e ciò garantisce un ottimo servizio di TelePsicologia rispettando le norme stabilite dal Consiglio Nazionale degli Psicologi.

Cristina e Valeria hanno avuto la possibilità di intervistare due psicologhe che utilizzano la piattaforma per offrire terapia online, la Dott.ssa Eleonora Agostini e la Dott.ssa Giulia Griselli, rispettivamente una psicoterapeuta cognitivo comportamentale e una psicologa. Eleonora utilizza la piattaforma dal novembre del 2021 mentre Giulia da Febbraio 2022. La prima a rispondere alle nostre domande è la Dott.ssa Agostini.

TherapyChat è stata la tua prima esperienza con la terapia online? Come e perché hai deciso di provarla?

TherapyChat non è stata la mia prima esperienza di intervento online con i pazienti. La terapia psicologica online, nelle sue varie declinazioni, è stata uno strumento indispensabile durante il primo lockdown, a marzo del 2020, quando tutte le attività in presenza a carattere non emergenziale erano state sospese, come misura di limitazione dei contagi. Mi sono, quindi, avvicinata alla modalità a distanza principalmente per questa necessità, che ho successivamente mantenuto per quei pazienti che lo desiderassero. Successivamente, due anni di limitazioni hanno determinato un calo notevole (e solo parzialmente recuperabile) del carico di lavoro, per cui sono entrata in contatto con TC, incuriosita da un post sui social media. Ho richiesto informazioni e sono stata contattata da un referente, con cui ho sostenuto un colloquio nel quale mi ha spiegato dettagliatamente quale fosse l’opportunità per un professionista. Questo, unito alle modalità accoglienti e informali mi hanno convinta ad iniziare una collaborazione.

Con questa modalità, quali benefici hai riscontrato sul lavoro e nella tua vita privata?

Personalmente ritengo i vantaggi notevoli. Il carico di lavoro è aumentato secondo le mie aspettative e necessità, anche perché, garantendo una disponibilità oraria minima, di fatto ogni professionista può calibrare l’impegno con la piattaforma in base alle sue specifiche necessità e disponibilità in termini di tempo, potendo conciliare il lavoro in presenza e gli impegni di vita privata. Anche sotto questo punto di vista, ho rilevato la grande comodità del poter lavorare direttamente da casa, utilizzando a pieno il tempo da me dedicato al lavoro.

Quali sono i principali vantaggi di TherapyChat?

Ritengo che i vantaggi siano legati principalmente alla flessibilità di TC e alla larga possibilità di adattare l’utilizzo della piattaforma alle proprie esigenze, sia dal lato del professionista, sia da quello del paziente.

La Dott.ssa Griselli ha, invece, risposto alle ultime tre.

Perché consiglieresti ad altri psicologi di offrire i loro servizi attraverso la piattaforma?

Ho già consigliato ad altri colleghi di iscriversi alla piattaforma, in quanto la mia esperienza è molto positiva. Potendo inserire le mie aree di intervento/specializzazione mi trovo agevolata nell’incontro con pazienti con il quale so di poter offrire un servizio il più professionale possibile. Inoltre, il fatto che sia la piattaforma a rimandare i pazienti allo psicologo, agevola molto le tempistiche e le dinamiche legate alla ricerca dei pazienti. Infine, TherapyChat non da vincoli allo psicologo nel caso il paziente volesse proseguire la terapia in presenza.

Ritieni che ci sia ancora molto stigma intorno alla psicologia online?

Credo che lo stigma da sradicare sia in primis sulla psicologia stessa, “andare dallo psicologo è per i matti e per i deboli”. Quante volte l’abbiamo sentito dire? Purtroppo, in Italia, si sente ancora molto il peso di questa stigmatizzazione. C’è molto imbarazzo e poca consapevolezza nel riconoscimento dei propri sintomi che causano la sofferenza, per questo ci si trova ad essere ostacolati nella ricerca di un aiuto professionale. Lo stigma è anche determinato dalla difficoltà stessa di chiedere aiuto; vi è infatti, la convinzione che gli altri (familiari, amici, colleghi) non percepirebbero positivamente il fatto che si soffra per un “problema” psicologico e non fisico, portando così l’individuo a sentirsi un debole e/o un fallimento. Spesso, infatti, sono gli stessi genitori a non incoraggiare i propri figli a chiedere un sostegno psicologico. Ho potuto constatare, lavorando con TherapyChat, come grazie alla psicologia online, le persone, grazie alla maggiore flessibilità oraria (non dettata dalla studio in cui magari ci sarebbero degli orari prestabiliti), a un prezzo più contenuto, all’abbattimento della distanza (ad esempio un italiano che vive all’estero oppure una persona che non vuole andare dallo psicologo del proprio paese per paura che si venga a sapere), trovino un incentivo per collegarsi online con un terapeuta e domandare aiuto.

Credi che il tuo lavoro online possa sensibilizzare le persone a capire l’importanza della cura della propria salute mentale?

Assolutamente sì, credo che portare il mondo della psicologia anche online (non solo ovviamente), possa essere finalmente una delle chiavi per normalizzare il domandare aiuto a uno specialista in caso di bisogno e/o per iniziare un percorso di consapevolezza verso se stessi.

Ringraziamo le colleghe per il loro tempo e la loro disponibilità e vi lasciamo il link del sito dove potete trovare tutte le info necessarie per contattare il servizio.

Lo scenario del supporto psicologico di cui vi abbiamo parlato, in conclusione, sta prendendo sempre piú piede e, proprio per non mettere a rischio il futuro della psicologia in un mondo che invece va sempre più veloce, si rende necessario un atteggiamento obiettivo ed aperto da parte di psicologi e psicoterapeuti nei confronti delle tecnologie. L’identità di un individuo, d’altronde, si sviluppa anche grazie all’interazione con il contesto circostante, che è ad oggi per la gran parte digitalizzato. Le nuove generazioni sono già abituate ad instaurare relazioni utilizzando come tramite un dispositivo e la connessione ad Internet, ed è quindi importante che anche noi professionisti iniziamo a fare lo stesso.

Speriamo che leggere questo articolo vi sia d’aiuto per trovare la forza di abbandonare ogni paura e stereotipo ed abbracciare il coraggio di cominciare un percorso online di amore e cura verso voi stessi e il vostro benessere psicologico.

“Quanto basta” di Stefano Guerrera

Un libro per parlare di un argomento di cui non si sente parlare spesso

La lettura del libro Quanto basta di Stefano Guerrera ci ha dato il giusto gancio per parlare di una branca della psicologia che si conosce poco.

Stefano Guerra

Ci siamo trovate a riflettere sul fatto che il termine “Psicologia” viene solitamente utilizzato per parlare di argomenti di vario tipo che vanno dalle variabili legate alla nascita di un figlio, allo sport, alla selezione del personale. Quello che i “non addetti ai lavori” spesso non sanno è che per ognuno di questi argomenti esiste una “sotto disciplina” che si occupa di specifiche situazioni.

Troveremo quindi: la psicologia dello sviluppo, la psicologia dello sport, la psicologia del lavoro ecc… Se hai letto il post di oggi (se te lo sei perso puoi recuperarlo QUI) hai visto che si è parlato di fasi di vita e compiti di sviluppo.

La branca della psicologia che si occupa di questi temi è la Psicologia del ciclo di vita che si basa sul concetto di sviluppo.

Baltes e i suoi collaboratori nel 1980 hanno pubblicato un documento nel quale l’approccio al ciclo di vita viene descritto come un orientamento generale nei confronti dello sviluppo, anziché una teoria specifica.

Come tale, si basa su alcuni assunti di base. Lo sviluppo è:

– Un processo lungo tutta una vita

– Un processo multidimensionale e multidirezionale

– Un processo caratterizzato da plasticità

– Un processo che comprende guadagni e perdite

– Un processo interattivo 

– Un processo calato nella realtà storica e culturale

– Un campo di studi multidisciplinare

Negli anni tantissimi studiosi si sono dedicati alla suddivisione della vita in “fasi/stadi” ed ognuno ne ha fatto una classificazione diversa a seconda del principio che ne è alla base. Un criterio utile a questo scopo è l’età anagrafica, dal quale derivano i seguenti stadi:

PRIMA INFANZIA: 0-2 ANNI

PERIODO PRESCOLASTICO: 2-6 ANNI

INFANZIA: 6-12 ANNI

ADOLESCENZA: 12-18 ANNI

PRIMA ETA’ ADULTA: 18-40 ANNI

ETA’ ADULTA MEDIA: 40-60 ANNI

ETA’ ADULTA AVANZATA: 60-75 ANNI

TARDA ETA’ ADULTA: +75 ANNI

Ognuna di questa fasi è caratterizzata da dei compiti di sviluppo che vanno affrontati e superati per “passare alla fase successiva” in modo funzionale e senza sviluppare dei sintomi.

Come potete immaginare, anche in questo caso molti professionisti hanno analizzato e studiato le varie fasi con metodi e tecniche differenti allo lo scopo di individuarne i compiti di sviluppo. Noi abbiamo deciso di citare la classificazione di Newman e Newman che hanno stilato la lista di quelli che ritengono essere i temi più importanti che dominano l’apprendimento del problem solving e i tentativi di metterlo in atto durante una data fase.

I due studiosi riconoscono che il loro elenco è molto legato ad una specifica società e quindi sono difficilmente generalizzabili per società o culture con valori e\o situazioni economiche diverse.

Ti consigliamo di leggere Quanto basta soprattutto se ti trovi a vivere “i terribili 30” e ad affrontare cambiamenti e sfide che mettono tutto in discussione.

Normale e complicato

Un libro sull’elaborazione del lutto

“Lo detestavo perché non potevo tornare indietro. Ho imparato che il dolore offre prospettiva e rifiutarla significa aver sofferto inutilmente.”

Che cosa potrebbe accadere se un giorno il vostro terapeuta si trasformasse nel Signor Lutto, vi prendesse per mano e vi accompagnasse in quella che, forse, potrebbe essere una delle fide piú importanti della vostra vita?

La risposta ce la dà Sara Ancois, psicologa e psicoterapeuta, con il suo libro “Normale e complicato”, nato grazie all’aiuto di 100 intervistati che si sono aperti e hanno parlato della loro esperienza in questo delicato ambito. Con poche parole e delle illustrazioni di Danilo Viviani che fanno arrivare forte e chiaro il messaggio, la Dott.ssa Ancois descrive il percorso terapeutico che ogni persona decide di affrontare per superare i dolori e aprire la porta di quella gabbia dove si può rimanere incastrati in queste situazioni. Il lavoro del lutto è un processo psicologico che rientra nel bagaglio di competenze innate dell’essere umano, e non è uno stato, poiché gli eventi di perdita sono un qualcosa che subiamo e costringono a una nuova realtá indesiderata.

Il solo modo che abbiamo per difenderci è quello di imparare, con l’aiuto di un professionista se ne sentiamo il bisogno, a trovare il nostro equilibrio tra il continuo rifiuto e la difficile accettazione che si rielabora in modo adattivo grazie agli avanzamenti e alle regressioni causate da episodi particolarmente stressanti. Tra i 100 intervistati nel libro, 92 dichiarano di aver avvertito l’istintivo bisogno di frapporre nuove linee di confine fra se stessi e “quel che fa male e visto che già stai male, lo sopporti meno e te ne accorgi prima”.

Il lutto ha diverse fasi, e queste sono spiegate benissimo nell’appendice del libro. Ve le riportiamo qui in modo piú schematico.

  • Fase acuta: è la sana disperazione con cui reagiamo alle brutte notizie. Le sue manifestazioni regrediscono spontaneamente, si stemperano nel giro di qualche mese per risolversi progressivamente in circa un anno. È in questa fase che il lavoro del lutto ci leva la maggior parte delle nostre energie fisiche e cognitive ma, al contrario della depressione, si cercano strategie di coping e problem solving per reagire.
  • Fase tardiva: è quando il dolore comincia a concederci spazi di sollievo via via piú consistenti, consentendoci piano piano di riprendere in mano la nostra vita.
  • Risoluzione: per alcuni autori, il lutto non si risolve mai del tutto, ma una buona elaborazione ci garantisce la possibilità di un futuro libero dai pensieri negativi.

Vi consigliamo la lettura di questo libro, perché gli argomenti così difficili descritti in modo delicato e chiaro come in questo caso non sono sempre facili da trovare.