“Chi decide quali cose sono per i bambini e quali per le bambine?” questa è la domanda che si pone la protagonista di questo libro. Lentiggini è una bambina a cui piace giocare con le bambole e giocare a calcio, avere i capelli corti e indossare qualsiasi vestito anche quelli dei suoi fratelli ma le persone intorno a lei non fanno altro che ricordargli che ci sono dei vestiti da maschio e altri da femmina, che le macchine sono per i bambini e le fate per le bambine. Anche il parrucchiere le chiede se vuole un taglio da maschio o da femmina.
Allora Lentiggini, in preda alla confusione, decide di scrivere le sue domande in una lettera da diffondere online. La lettera riceve molto sostegno e tutti la condividono ma nessuno riuscirà a trovare una risposta perché una vera risposta non c’è. Io mi chiamo Lentiggini, edito da Nubeocho e scritto da Raquel Dìaz Reguera, è un bellissimo albo illustrato che ci aiuta a riflettere sul tema degli stereotipi di genere. Cosa è una stereotipo di genere? E quando nasce?
Lo stereotipo di genere è quell’insieme rigido di credenze condivise e trasmesse socialmente su quelle che sono e devono essere i comportamenti, il ruolo, le occupazioni, i tratti, l’apparenza fisica di una persona, in relazione alla sua appartenenza di genere. Fin dalle prime fasi della sua vita, il bambin* è esposto alle influenze sociali di genere da parte dell’ambiente sociale e relazionale in cui è inserito e queste dirigeranno presto il suo modo di pensare, le sue credenze, gli interessi e le sue preferenze.
Relativamente all’origine degli stereotipi di genere sono state proposte due teorie. La prima è la teoria dello schema di genere, secondo cui attraverso l’osservazione il bambin* apprende le conoscenze relative al genere di appartenenza e costituirà degli schemi cognitivi che influenzeranno i suoi comportamenti futuri. La seconda, la teoria del ruolo sociale, afferma che i differenti ruoli sociali si strutturano in base alle credenze che le persone hanno relativamente alle caratteristiche maschili e femminili di personalità. In virtù di queste credenze, i genitori sviluppano nei confronti dei propri figli delle teorie attributive che li definiranno.
Secondo voi sarà possibile riuscire ad eliminare gli stereotipi di genere? Questo albo è utile per i bambini ma soprattutto per i più grandi perché insegnino agli adulti di domani a vivere secondo la propria volontà e felicità, con la speranza che nessuno debba più trovare una risposta alle domande di Lentiggini.
Il resoconto della discussione di Febbraio dal nostro gruppo di lettura
Come molti di voi sapranno, da un paio d’anni a questa parte organizziamo un gruppo di lettura, proponendo un libro che abbia qualche richiamo più o meno esplicito alla psicologia, per poi discuterne a fine mese in un gruppo Telegram.
Nel mese di febbraio abbiamo letto Tutto chiede salvezza di Daniele Mencarelli, candidato al Premio Strega 2020 e vincitore del Premio Strega Giovani 2020.
La discussione però è stata speciale e diversa.
All’inizio la nostra idea era quella di raccogliere le domande dei nostri Psicolettori e girarle a Daniele che ci avrebbe potuto rispondere per via scritta e noi avremmo riproposto qui l’intervista.
Avevamo già utilizzato questa modalità ed era molto piaciuta sia a noi che ai partecipanti al gruppo. Abbiamo così contattato lo scrittore e, con nostra grande sorpresa, ci ha risposto con una controproposta: organizzare una video call con tutti i partecipanti al gruppo!
Come potevamo dire di no?
La discussione si è svolta il 25 Febbraio, data particolare perché era esattamente un anno dall’uscita del libro nelle librerie. La pessima connessione internet non ci ha di certo aiutato a rompere il ghiaccio, però una volta ristabilita, la discussione ha preso il via!
Oltre ad avere festeggiato insieme questo traguardo, Daniele si è dimostrato una persona molto alla mano e disponibile a parlare di ogni tipo di argomento. Ha risposto con chiarezza e precisione a tutte le nostre domande. Sono stati toccati molti temi, alcuni riguardo la stesura del libro e le sue scelte stilistiche, mentre altri più personali ed autobiografici.
La discussione si è aperta con una domanda su un tema che aveva incuriosito un po’ tutti: la scelta di scrivere il testo in dialetto romano.
Daniele ci ha risposto con una bellissima riflessione sul dialetto come “lingua” che plasma la nostra identità, essendo legata alla nostra zona d’origine. Ci ha fatto riflettere sulla fatica che a volte si fa per non usare le inflessioni dialettali, quasi volessimo apparire più “colti” ed educati. Così facendo, però, non facciamo altro che privarci della nostra identità ed unicità.
Ci ha fatto poi notare che spesso il dialetto viene visto in un’accezione negativa, come se parlarlo volesse dire essere di “poca cultura”. Dal suo punto di vista, il dialetto è molto importante, soprattutto per posti come l’Italia dove di dialetti ce ne sono tantissimi e sono stati anche la lingua usata per la scrittura di alcune delle opere più importanti della nostra letteratura, come la Divina Commedia, ad esempio.
Dopo aver sviscerato la parte stilistica del romanzo (ed aver ricevuto un piccolo spoiler sul nuovo romanzo in uscita ad Ottobre), ci siamo addentrati nei temi più prettamente psicologici trattati nella storia.
Per prima cosa, abbiamo parlato delle strutture psichiatriche, ambientazione della storia stessa. Daniele ci ha raccontato di essere un frequentatore di queste strutture, sia per motivi lavorativi che per motivi più strettamente personali, e quindi ha spesso a che fare con persone del settore, quali infermieri, psicoterapeuti e psicologi.
Noi tutti abbiamo riportato di essere stati negativamente colpiti dal rapporto che si instaura tra medico e paziente e Daniele ci ha raccontato che in tutto questo periodo ha avuto conferme da chi è nel settore che le cose che lui ha raccontato nel libro sono, purtroppo, ancora così, nonostante siano passati più di vent’anni.
Inoltre spesso sembra come se l’approccio biochimico non si sa stato ancora del tutto superato in favore di un approccio multidisciplianare, il migliora da usare in questi casi.
La consulenza di un’equipe multidisciplinare è, di solito, composta da neurologo, neurochirurgo, psicologo, psicoterapeuta e pedagogista clinico. La presenza di figure eterogenee tra loro per formazione e competenze è il risultato di una scelta meditata che ha origine nella comune convinzione che il soggetto non si esaurisca nella somma dei suoi sintomi, ma sia una persona unica e complessa, risultante dall’interazione tra diverse dimensioni: corporea, intellettiva, emotiva e sociale. L’obiettivo che l’equipe si pone, quindi, non è semplicemente quello di curare i sintomi (il corpo), ma di migliorare la qualità di vita dell’individuo, occupandosi della dimensione emotiva e sociale, e del relativo disagio che la sindrome può causare.
Citazione tratta dal libro
Un altro elemento fondamentale emerso è stato quello dell’ importanza della letteratura.
Daniele si è definito “un salvato della letteratura”, non solo come scrittore, ma anche come lettore e divulgatore scientifico di un mondo che aiuta spesso le persone ad esprimersi lì dove ci sono delle difficoltà. Abbiamo parlato dell’importanza del diario terapeutico e della scrittura come terapia che può aiutare le persone a trovare un posto per le proprie emozioni, anche le più indescrivibili.
Per queste persone scrivere è un modo per buttar fuori tutto quello che li riguarda, senza subire pressioni né provare vergogna. Scrivere i propri sentimenti, pensieri e desideri è uno dei modi migliori di fare ordine nella propria testa.
Nel corso della discussione si è toccato anche l’argomento dell’adolescenza, e in questo caso ci teniamo ad usare le parole di Daniele: “Dovremmo tutti cercare di capire che un ragazzo di vent’anni vive già una fase di nervosismo e irrequietezza, e la cosa a cui tengo e il messaggio che mi farebbe piacere arrivasse alle persone è proprio quello di cercare di capire come urbanizzare quest’inquietudine, senza essere solamente un dato da curare”.
Verso la fine, ci siamo riservate una piccola sorpresa alla quale ha gentilmente collaborato lo stesso Daniele: abbiamo avuto la possibilità di regalare 2 copie di Tutto chiede salvezza autografate da Daniele!
La scelta dei 2 fortunati è avvenuta tramite sorteggio e presto i due vincitori riceveranno la loro copia! Ci siamo poi salutati con la promessa di rivederci ad ottobre, dopo l’uscita del nuovo libro di Daniele.
È stato un incontro emozionante, formativo e davvero piacevole e noi non potremmo che nuovamente ringraziare Daniele, l’ufficio stampa Mondadori e i nostri amati Psicolettori.
Oggi “Letterapia” compie un anno, e noi vogliamo celebrarlo con questo articolo e un’altra piccola sorpresa.
In questo nostro nuovo spazio, non vi abbiamo ancora parlato di uno dei progetti che abbiamo creato su Instagram, uno di quelli fatto di collaborazioni e lavoro di squadra, che ci ha permesso di creare delle bellissime relazioni e, soprattutto, di vedere la lettura da un punto di vista diverso dal nostro.
Quando Bri di Adrenalibri lo scorso anno ci ha proposto di creare questo spazio con lei e con Manu di Readingram , non potevamo che accettare!
Ma che cos’é letterapia?
Letterapia non é molto diverso da quello che già facciamo: ogni mese scegliamo un libro di cui parlare da un punto di vista psicologico, lo leggiamo o rileggiamo insieme – a volte alcune di noi lo hanno già letto, altre volte no, e poi lo approfondiamo con diversi post su IG, nelle nostre rispettive pagine, sul blog di Bri e tramite stories parlate.
Quello di cui ci siamo accorte lavorando insieme, é proprio questo, cioè il confrontarsi e mettere d’accordo 5 teste diverse, con 5 esperienze lavorative e universitarie differenti e, soprattutto, specializzazioni ed ambiti della psicologia diversi tra loro. Infatti, a volte può succedere che lo stesso tema e/o argomento venga affrontato sia in modo clinico, sia in modo neuropsicologico, sia in termini di relazioni familiari e cosi via.
Il nostro é un vero e proprio progetto di divulgazione scientifica mirato alla conoscenza, alla consapevolezza e all’abbattimento di miti e tabù sulla salute mentale.
Per il nostro primo anno, abbiamo deciso di fare una diretta IG sui nostri canali “Psicoleggimi” e “Adrenalibri” per ripercorrere insieme quello che é stato il lavoro svolto, tirare le somme ma, soprattutto, sapere cosa ne pensate voi e se i libri e le iniziative che vi abbiamo proposto vi sono sempre piaciute, o meno.
La diretta sarà Giovedí 11 Febbraio alle ore 21 (ora italiana) quindi… save the date!
Nel frattempo, vi lasciamo tutti i libri e i post di cui abbiamo parlato in un anno un po’ funesto, che ci ha comunque tenuto tanta compagnia:
“Il cardellino” di Donna Tart, disturbo post traumatico da stress (DPTS);
“Stoner” di John Williams, Disturbi di Personalità del Cluster C;
Inoltre, a ottobre 2020, nel corso del mese del benessere psicologico, abbiamo ripassato gli esperimenti psicologici più o meno famosi, che trovate nel nostro profilo IG e abbiamo poi fatto una diretta che, invece , trovate qui.
Vi aspettiamo Giovedí sera e…. spegnete la nostra prima candelina con noi!
“Donne che amano troppo” è un saggio scritto da Robin Norwood, psicoterapeuta americana, che narra le vicende di alcune sue pazienti affette da diverse dipendenze e paure, come la dipendenza affettiva o la paura dell’abbandono.
Amare troppo vuol dire amare a scapito della propria felicità e del proprio benessere. Vuol dire non riuscire a svincolarsi da una storia “tossica”, da una persona che ci fa soffrire, che non ci fa sentire amati ma da cui non si riescono a prendere le distanze. Le donne che soffrono di dipendenza patologica hanno maturato nel corso della loro storia personale e familiare un’idea di sé stesse in quanto indegne o incapaci di essere amate e accolte veramente per ciò che sono.
Infatti, capita che all’origine di queste dinamiche ci possano essere storie di “deprivazione emotiva” come un trauma, una famiglia problematica, un ruolo genitoriale assente o la presenza di familiari malati psichici cronici. La Norwood fa intendere che le donne cresciute in queste situazioni da adulte tendono a barcamenarsi in storie problematiche rivestendo nelle relazioni di coppia la stessa funzione che svolgevano all’interno della famiglia.
È come se queste persone avessero interiorizzato uno schema di come le relazioni debbano andare.
Pur essendo doloroso, questo schema è l’unico che conoscono ed è proprio per questo motivo che lo ripropongono spontaneamente nelle loro relazioni. Una storia nella quale ci sono due persone che si amano reciprocamente in maniera piena, è un modello sconosciuto e quindi genera ansia. Dall’amare troppo si può guarire, è un percorso lungo e doloroso ma possibile.
A chiunque si dovesse riconoscere in queste dinamiche consigliamo la lettura di questo libro e di ricorrere all’aiuto di una figura professionale perché “Nessuno può amarci abbastanza da renderci felici se non amiamo davvero noi stesse”.
“Mamma diceva che amare un fratello non vuol dire scegliere qualcuno da amare, ma ritrovarsi accanto qualcuno che non hai scelto e amarlo.”
Questa è la storia vera di una famiglia nella quale ha la fortuna di nascere Giovanni, un bambino dagli occhi cinesi, dalla lingua lunga, che ama i dinosauri e ballare in piazza. Un bambino super perché ha un cromosoma in più. Il romanzo “Mio fratello rincorre i dinosauri” è scritto attraverso gli occhi di Giacomo Mazzariol, fratello 19enne di Giovanni, che racconta il processo psicologico e cognitivo che ha dovuto affrontare per accettare di avere un fratello speciale, di cui impara a conoscere le modalità comunicative, le paure, ma anche l’entusiasmante e contagiosa voglia di vivere.
La sindrome di Down è una malattia genetica dovuta ad un’anomalia del numero dei cromosomi: invece di avere una coppia di cromosomi numero 21, i soggetti Down ne hanno tre (trisomia 21).
La presenza di materiale genetico aggiuntivo è la causa del ritardo mentale e di altre caratteristiche cliniche della sindrome. I bambini affetti da sindrome di Down manifestano alcune specifiche caratteristiche fisiche come: occhi inclinati verso l’alto, bocca piccola, con la lingua che sembra più grande del normale, obesità, orecchie e naso piccolo, bassa statura e molte altre.
A livello cognitivo presenta una disabilità intellettiva lieve o moderata, che può manifestarsi come: ridotta soglia di attenzione, scarsa capacità di giudizio, comportamento impulsivo, apprendimento lento e ritardo nello sviluppo del linguaggio. Tuttavia, possono essere identificate alcune propensioni che permettono di eccellere in particolari ambiti come quello artistico, cinematografico e del volontariato quali: fine sensibilità uditiva, spiccata capacità imitativa, propensione al ritmo e alla musica e una forte sensibilità nei confronti dello stato d’animo altrui.
Trattandosi di un problema genetico, per la sindrome di Down non esiste nessuna cura risolutiva, però, può essere intrapreso un approccio integrato e personalizzato in base alle necessità del singolo bimbo, che ha esigenze e punti di forza unici e diversi da quelli di qualsiasi altro. Questo è un vero romanzo di formazione alla diversità, vi farà emozionare conoscere la famiglia Mazzariol, una tra le tante famiglie speciali.